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Se il tuo nemico diventa un alleato

Due anni fa, una classe quinta di un Liceo Classico dell’Istituto di Istruzione Superiore “G. Luosi” di Mirandola (MO) mi chiamava “prof”. Per 8 mesi ho collaborato con la prof. di inglese come consulente per un laboratorio di comunicazione. “Chiamatemi pure Emanuela, non sono una docente”, ho replicato io al primo e anche al secondo “Prooof!.

Ero in una classe prevalentemente femminile, fatta eccezione per 3 ragazzi. Il primo giorno fu traumatico: avevo paura di sbagliare. Sentivo addosso il peso della responsabilità di quello che stavo divulgando e di come lo stavo facendo. Ancora di più però avevo timore di non essere all’altezza delle aspettative di quei ragazzi o peggio, di annoiarli a morte. Mai avrei pensato però di dover temere gli spiriti ribelli post adolescenziali (che adoro) e di doverli affrontare.

In breve. Non avevo fatto presa su due ragazze (probabilmente le leader del gruppo), che non perdevano occasione di intervenire con battute fuori luogo, che finivano inesorabilmente per distrarre la classe. Sarebbe stata la fine, se non avessi fatto qualcosa per stabilire una parvenza di disciplina. Per segnalare la mia autorità (ergo fare una pisciatina), ripresi una delle due. Lei arrossì: avevo minacciato la sua credibilità di fronte all’intera classe.

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Allora, vuoi l’inesperienza, vuoi la mia incapacità, non avevo altri strumenti in quel momento con cui avrei potuto difendere il mio ruolo e contenere quella spavalderia, peraltro familiare. Tornai a casa piena di sensi di colpa e di dubbi. Mi dispiacque per il mio tono di voce e per le mie parole, che ora non mi sovvengono. La volta successiva, poco prima della lezione, la chiamai da parte e mi scusai. In fin dei conti, non ero nessuno. Le spiegai però che in altri contesti, il suo atteggiamento avrebbe potuto essere controproducente o peggio, essere considerato un minus e non un plus. Mentre le parlavo, dentro di me risuonavano le parole: “Senti da quale pulpito!”. Ci fu uno sguardo di intesa e un sorriso da entrambe le parti. Avevamo capito.

Da quel momento in poi cambiò il suo atteggiamento nei miei confronti: questa ragazza era più motivata e la vedevo più coinvolta nella discussione. Partecipava ed interagiva in maniera più matura. Anche la classe mi sembrava avesse cambiato atteggiamento.

Grazie a quell’episodio, feci tesoro di una lezione: vince chi perde. O meglio, vince chi trasforma in alleato un nemico. E da allora cominciai così.

Imparai che per cambiare una situazione occorreva abbassare il megafono, staccarsi dal gruppo degli alleati e chiudere la bocca. Avvicinarsi agli antagonisti e mettersi con loro. Conquistare la loro fiducia a costo di inimicarsi gli alleati.

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Ho cominciato quindi a parlare di innovazione, questione femminile, discriminazioni varie evitando la via più battuta e semplice: quella della retorica degli antagonismi. E preferire la chiave narrativa dell’ironia.

Perché l’obiettivo finale non è mai stato creare un esercito di fan, ma cambiare tutte quelle situazioni foriere di ingiustizia. E non c’è nulla di più anti-economico che mantenere uno stato di ottusa iniquità.

Ora so perché sono sempre stata una anatra selvaggia.

Emanuela Goldoni

Digital Strategist | Content Strategist at Shoobedup

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