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The Copyright Trouble

Quello che segue è il secondo ed ultimo articolo di questa newsletter dedicato al rapporto tra Privacy e Copyright da un lato, Intelligenze Artificiali dall’altro.

Se difendere la Privacy può sembrare un non problema, rivendicare la proprietà intellettuale delle opere originali coinvolte nella loro istruzione può significare spegnere per sempre ogni intelligenza artificiale generativa oggi sul mercato ed escludere ogni possibilità che se ne possano costruire nel futuro.

Per far funzionare una AI generativa servono infatti grandi quantità di dati, che siano immagini, manoscritti o altro. E se si volessero acquisire legalmente i diritti di tutte le informazioni, indispensabili ad addestrare un’AI, sarebbero necessari investimenti miliardari e ad oggi nessuno degli attori oggi sul mercato ha sentito il bisogno di farsi carico di questo problema.

Chi lavora sulle AI generative oggi non si fa alcuno scrupolo ad attingere dalle immense banche dati digitali che, fuori dal controllo di qualsiasi organo di garanzia istituzionale, proliferano online. E col tempo, più acquisteranno potere più sarà difficile ottenere da loro un riconoscimento per la proprietà intellettuale delle opere originali.

Le menti generative

«Vuoi sapere come ho fatto a mettermi in testa tutta quella roba? Con un impianto celebrale. Ho rinunciato per sempre ad una parte della mia memoria a lungo termine. La mia infanzia.» Dal film “Johnny Mnemonic” di Robert Longo – 1995

Ispirato ad un romanzo dello scrittore visionario William Gibson, il film “Johnny Mnemonic” narra le vicende di un corriere-dei-dati di nome Johnny che, ingaggiato da un malvivente, deve trasportare una gran quantità di informazioni rubate alla potente multinazionale Pharmakom e stipate nel suo cervello, correndo da un lato all’altro della futuristica e sterminata città di Newark.

L’ambientazione in stile cyberpunk accompagna una vicenda dai toni drammatici e cupi ambientata in un luogo in cui, per sopravvivere ai pericoli ed alle insidie, è necessario rinunciare a qualcosa di importante, qualcosa che fa parte di sé. E se per gli abitanti di Newark è normale routine sostituire parti del proprio corpo con impianti cibernetici potenti, armi letali che possano garantirgli la sopravvivenza nei malfamati sobborghi della metropoli, la normale routine per Johnny è cancellare i ricordi della propria infanzia per liberare la memoria sufficiente ad occultare preziose banche dati in cambio di denaro.

Se concepiamo il corpo umano come hardware e la mente come software, possiamo immaginare un futuro dove anche la mente possa essere rimpiazzata da conoscenze che si sostituiscono ai ricordi e idee che si sostituiscano al nostro modo di pensare?

Nuove strutture

OpenAI è stata fondata nel 2015 come organizzazione di ricerca no-profit da Elon Musk et altri. Nell’atto costitutivo è dichiarato un impegno nella ricerca «per far progredire l’intelligenza digitale nel modo perché l’umanità tutta ne tragga beneficio, senza essere vincolata dalla necessità di generare un ritorno finanziario».

L’azienda ha dichiarato più volte la propria intenzione di portare avanti una «ricerca libera da obblighi finanziari» e non solo: i suoi ricercatori sarebbero stati incoraggiati a condividere i risultati del proprio lavoro con il mondo intero in un circolo virtuoso dove a vincere sarebbe stata l’umanità intera.

Poi sono arrivati ChatGPT, l’AI in grado di dialogare restituendo informazioni su tutto lo scibile umano, ed un colossale investimento di Microsoft pari a 10 miliardi di euro che hanno spinto il CEO di OpenAI, Sam Altman, a dichiarare ufficialmente: «Quando la situazione si è fatta critica, ci siamo resi conto che la nostra struttura originaria non avrebbe funzionato e che non saremmo stati in grado di raccogliere abbastanza fondi per realizzare la nostra missione di non profit. Per questo abbiamo ideato una nuova struttura». Una struttura profit.

«Se l’AGI verrà creata con successo», scrive ancora Altman riferendosi alla Intelligenza Artificiale Generale in grado di comprendere o apprendere qualsiasi compito intellettuale come un essere umano, «questa tecnologia potrebbe aiutarci a elevare l’umanità aumentando il benessere, mettendo il turbo all’economia globale e favorendo la scoperta di nuove conoscenze scientifiche che aumentino le possibilità di sviluppo dell’intera umanità». E tutto ciò, nelle intenzioni di Sam Altman, può essere possibile senza alcuna condivisione delle proprie scoperte. Se non ci credete, leggete qui.

La prima vera disputa sul copyright

Si chiama Stable Diffusion Litigation il sito web che promuove la causa di alcuni avvocati americani contro Stability AI, DeviantArt, e Midjourney, piattaforme per la generazione automatica di immagini di tipo text-to-image. L’accusa è quella di aver utilizzato per l’addestramento delle proprie intelligenze artificiali, le opere di milioni di artisti, tutte protette da copyright, senza alcuna autorizzazione.

Gli avvocati sottolineano il fatto che se queste AI generative vengono addestrate su una grande quantità di opere creative, ciò che esse sono in grado di produrre è solo una loro ricombinazione in nuove immagini, apparentemente originali ma che nei fatti violano il diritto d’autore.

L’idea che immagini coperte da copyright non debbano essere utilizzate in fase di addestramento delle AI si sta facendo rapidamente strada tra gli artisti e sta conquistando posizioni importanti anche nelle istituzioni.

Zarya of the Dawn

L’artista newyorkese Kris Kashtanova ha ottenuto la registrazione del copyright negli Stati Uniti per una graphic novel intitolata “Zarya of the Dawn” le cui immagini sono state generate sfruttando le potenzialità dell’intelligenza artificiale Midjourney. Ma si tratta di un successo parziale: l’ufficio per il diritto d’autore statunitense infatti ha stabilito che le immagini generate da Midjourney nel fumetto “Zarya of the Dawn” non possono essere protette dal copyright, mentre i testi e la disposizione degli elementi nel libro, sì.

Se per la Kashtanova le immagini sono una diretta espressione della sua creatività e quindi meritano la protezione del copyright, l’ufficio statunitense ritiene invece che le immagini create dal sistema di intelligenza artificiale generativa Midjourney rappresentano un contributo “terzo”, ponendo l’accento sulla “quantità” di creatività umana coinvolta nella creazione dell’opera. In altre parole, l’apporto tecnologico delle AI generative può essere assimilato ad istruzioni date ad un altro artista che, operando su commissione, restituisce all’autore contenuti su cui esso non ha alcun controllo.

Una pagina di “Zarya of the Dawn”
Stable Diffusion

Midjourney e tutti i suoi concorrenti si basano sull’algoritmo Stable Diffusion e quest’ultimo appartiene a una categoria di sistemi di AI generativa addestrati attraverso l’utilizzo di miliardi di immagini che, rimescolate, ne generano altre dello stesso tipo. Secondo Stable Diffusion Litigation, questa AI è “… un parassita che, se lasciato proliferare, causerà danni irreparabili agli artisti, ora e in futuro”.

Le immagini che questo algoritmo è in grado di generare possono o meno assomigliare esteriormente alle immagini con cui esso è stato addestrato. Tuttavia, esse derivano da copie delle immagini di addestramento e sono in diretta concorrenza con loro sul mercato. Se a questo si aggiunge la capacità di Stable Diffusion di inondare il mercato con un numero essenzialmente illimitato di immagini che, a parere degli avvocati, violano il copyright, ci attendono tempi bui caratterizzato da un mercato dell’arte completamente drogato dove gli artisti grafici di tutto il mondo presto finiranno sul lastrico.

Conclusioni

In questo rapporto problematico tra creatività umana e artificiale, l’evoluzione tecnologica si sta dimostrando talmente veloce da rendere ogni adeguamento normativo obsoleto già dalla sua prima applicazione.

Appare difficile immaginare che tutti gli attori già in corsa per conquistare fette di mercato con le proprie tecnologie possano essere spinti a rinunciare di punto in bianco ad utilizzare le banche dati già a loro disposizione da anni e su cui, è il caso di OpenAI, hanno investito ed investiranno fiumi di denaro.

Ma se si dovesse imporre il diritto d’autore anche sui dati utilizzati nell’addestramento delle AI, appare facile pensare che i CEO delle aziende troveranno “una nuova struttura” in cui fare confluire i propri progetti che gli garantisca la libertà di movimento di cui hanno bisogno. Magari semplicemente spostando le proprie sedi legali in luoghi del pianeta dove il diritto d’autore non ha alcun riconoscimento.

Articolo di Gianfranco Fedele

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